Anteprima

Un sogno

 

Un sogno ricorrente; non era altro e lo facevo fin da ragazzino, almeno che io ricordi. O forse semplicemente credo di ricordare. Mi addormentavo ed entravo in una caverna: una grande caverna, molto spaziosa e luminosa con alcune stalattiti e stalagmiti che parevano mobili, messi apposta per rallegrare l’ambiente. Alcune grandi pietre cadute si ammassavano davanti all’ingresso, a pochi metri, come a formare un muro di protezione. La caverna si trovava quasi alla sommità di una collina di calcare e al di sopra dell’imboccatura il pendio risaliva, erboso, per forse duecento metri. Sul lato sinistro alcuni grandi alberi di quercia ne delimitavano il confine che oltre cadeva, scosceso a strapiombo, in un orrido profondo almeno venti metri sul cui fondo scorreva, impetuoso, un ruscello alimentato, poco più a monte, da una piccola cascata d’acqua che fuoriusciva da un buco della parete rocciosa. A destra, il pendio proseguiva dolcemente scendendo a circondare l’imboccatura per alcune centinaia di metri, in ogni direzione, fino ad arrivare ad un torrente del quale il ruscello era un affluente. Questo torrente era tutt’altro che insignificante: l’acqua lo riempiva per ameno un metro di altezza scorrendo rapida e impetuosa, rumoreggiando e spruzzando attorno a grosse pietre che ne emergevano nel greto. Largo all’incirca venti metri nel punto più stretto e tumultuoso, si allargava ancora a valle fino ad una cinquantina di metri mentre le acque sembravano calmarsi e acquietarsi ma la corrente avrebbe impedito a chiunque la traversata. Per circa un chilometro, il fondo della mia collina era delimitato dal torrente. Mi piaceva considerarla la mia collina mentre mi fermavo sul ripiano di fronte alla caverna ad osservarla scendere verso valle e lo sguardo correva libero fino al torrente, soffermandosi sulle poche macchie cespugliose che svettavano qui e là, rifugio di uccelli e animali che mi divertivo ad osservare. Sul lato più lontano del grande prato la vista era limitata, come a segnare un confine naturale, dalla presenza di un ininterrotto fronte boschivo, fittissimo di grandi piante. Dietro, cresceva un’intricata foresta e le cime verdi degli alberi sembravano non avere mai fine, contro il cielo di un azzurro splendente e luminoso. Era sempre bel tempo nel mio sogno quando io mi trovavo là. Strano. Per questo doveva essere un sogno. Di fronte alla collina, molto lontano, si alzava una vera montagna le cui pendici erano in parte boscose ed in parte prative: chiazze verdi più chiare circondate dagli alberi o dagli spuntoni rocciosi. Ai margini dei prati si intravvedevano alcuni gruppi di casupole, grigie quasi invisibili a quella distanza se non in piena luce e si riusciva ad intravvedere una sorta di reticolo di strade che le collegavano. Più oltre e più in alto, un edificio molto grande e massiccio, una specie di grande torrione quadrato o un piccolo castello, si ergeva a dominare la valle sottostante. Difficile capire se fosse un edificio in pietra o in legno: probabilmente era costruito con entrambi. Spiccava il tetto: non grigio come quello delle casupole sottostanti probabilmente di paglia ma di un bel colore rossastro che spiccava nettamente, per contrasto, col verde dei prati e il blu del cielo. La mia collina era completamente disabitata, inaccessibile dalla valle di fronte per via del torrente e della foresta. Tutte le volte che vi ero tornato in sogno si presentava così: una meravigliosa e idilliaca oasi verde piena di uccelli e di animali, liberi e tranquilli. Ovviamente la caverna non aveva un solo spazio disponibile come presto ebbi modo di scoprire perché nel mio sogno non me ne stavo proprio immobile a guardare la natura ma esploravo attorno e dentro, passando ore e ore in quell’attività finché al mattino non mi risvegliavo nel mio letto morbido e tecnologico, circondato dagli abituali rumori della casa e della città che si risvegliava, ammesso che dormisse mai. La caverna proseguiva dopo essersi abbassata verso l’interno con una decisa svolta che immetteva in un vano alto alcuni metri e largo altrettanti poi proseguiva in un cunicolo più stretto di circa quattro metri di altezza per sei di larghezza dove pioveva in continuazione e l’acqua che gocciolava dalle innumerevoli fessure del soffitto roccioso si raccoglieva sul fondo, iniziando a scorrere verso il suo punto di uscita. Era il drenaggio naturale della collina calcarea che convogliava l’acqua raccolta al ruscello del burrone, alimentandolo. Una sorta di marciapiede contornava i lati del fiumiciattolo all’interno permettendo di camminarvi agevolmente anche se non proprio all’asciutto. In fondo al tunnel si apriva quello che io ritenevo lo spettacolo più incredibile che potesse essere ammirato. Solo da grande, dopo aver visto le immagini tridimensionali e studiato le grandi cattedrali europee ho potuto paragonarlo a loro. Una vera e propria cattedrale naturale, altissima, larghissima, con tanto di colonne scolpite dall’acqua in forme fantastiche, sequenze di vasche più o meno circolari alte poche decine di centimetri che contenevano l’acqua limpida fredda e cristallina del fiumiciattolo, rallentandone la corsa verso l’uscita Grandi stalagmiti che partendo da terra si allargavano come funghi giganteschi a formare altari e pulpiti. Piccole stalattiti che festonavano il soffitto in tutte le forme possibili, da quelle di grandi fette di lardo e salumi dell’alabastro alle tonde mammellone, agli aghi puntuti. Colori: in quel posto incredibile c’era luce che proveniva da alcuni fori sulla fiancata rocciosa che riflettendosi e rifrangendosi sulle colonne calcaree e di alabastro, sulle stalattiti e le stalagmiti, nelle pozze d’acqua, faceva brillare la calcite di tutte le tonalità tra il rosso acceso e il bianco più puro. Era un ambiente enorme e il fiumiciattolo, scorrendo nelle vasche prima di andare a gettarsi nel burrone sottostante dal foro più grande comunicante con l’esterno nel punto più basso, componeva col gocciolio delle gocce d’acqua che cadevano dall’alto, un ritmo indefinibile, continuamente vario e variato una musica strana, dolce e magica che risuonava nella caverna creando echi sovrapposti al vibrare delle superfici. Una cattedrale, un tempio della natura, un luogo antico e magico. Avevo già verificato che alcuni luoghi parevano dotati di una qualche forma di energia emozionale percepibile che li rendeva famosi e noti, visitati da milioni di turisti e fedeli di varie religioni; altri meno noti ma vissuti dall’uomo in tempi remoti, possedevano la stessa aura. Non conoscevo la magia e non la ritenevo reale ma quest’aura pareva essere realmente percepita e raccontata, cantata, tramandata da chi li avesse incontrati.  Ora la conoscevo direttamente, l’avevo sperimentata. Meraviglia, emozione, sentimento, erano gli effetti di queste magie naturali di cui le pietre, gli alberi, i luoghi, erano dotati e che permettevano all’uomo di identificarsi con la natura stessa con la sua essenza profonda. Nella mia era tecnologica e razionale, la magia non era concepita; c’era una spiegazione per tutto o comunque a tutto si attribuiva una spiegazione probabilistica. Non c’era più spazio per la meraviglia e lo stupore, per l’emozione della scoperta improvvisa di qualcosa di inatteso, eppure c’erano stati miliardi di persone che avevano aderito, pur rinnegandole poi razionalmente, alle fedi più disparate: da quelle in un unico Dio dai vari nomi a quelle che si ispiravano a culti e memorie scomparse da migliaia di anni. Erano solo modi per differenziarsi, per appartenere a un gruppo e non sentirsi isolati, per trovare speranza quando la realtà e la scienza non ne lasciavano più. Modi per continuare a vivere sapendo che la vita scorre senza un senso; un significato che solo iI cervello, con la scienza, tentava di dargli. In una vita che non lasciava comprendere alcuno scopo ed era fine a sé stessa, oppure aveva come obiettivo, unico e unificante la morte, anche alla morte si attribuiva speranza. Succedeva anche ora. La Terra e l’uomo erano in contatto diretto, emanazione l’uno dell’altra e gli uomini erano in grado di percepire questo legame come strumenti di differente sensibilità. L’uomo era nei confronti dell’emanazione naturale una semplice antenna ma era dotato di un apparato ricevente di diversa potenza, capace di ricevere, identificare, isolare il segnale, pur senza comprenderlo. Quando succedeva l’uomo si stupiva

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